Le parole “di troppo”

    Le frasi da evitare o usare per ricevere la giusta considerazione

    Ciao, ti è mai accaduto di discutere con dei colleghi o amici e di avere l’impressione di essere ritenuto da loro poco credibile
    A volte ti accade come se quello che affermi non riceva il giusto valore da parte di chi ti ascolta? Beh, ci possono essere diversi motivi per cui questo accade. Un motivo riguarda l’uso di termini e delle parole che non valorizzano il tuo pensiero.

    Vediamo alcune di alcune di questi termini.

    La parola “stupido”

    La prima delle parole che considereremo in qualche modo definisce, negativamente, la nostra persona ed è l’uso della parola “stupido”. Nel chiedere delle informazioni hai mai ascoltato la frase “mi viene in mente una domanda stupida” oppure “faccio una considerazione stupida”?

    Ascoltando questa frase si potrebbe rispondere, ad esempio, se credi che sia stupido (ciò che pensi e dici) perché lo pensi, – e lo dici – egualmente? 

    Generalmente, chi pronuncia queste parole non crede affatto che sia stupido ciò che afferma. Si tratta piuttosto di un’iperbole linguistica, quindi di una figura retorica nella quale si afferma, per eccesso opposto, questo che si vuol dire.

    Quindi si presuppone di sapere, bene, cosa si sta chiedendo ma si utilizza questa forma linguistica.

    Un altro dei motivi per cui è usato, invece, è per affermare di non avere una competenza specifica riguardo all’argomento per il quale si sta chiedendo delucidazioni. E capirai che non conoscere è ben diverso da ritenere una domanda, eventualmente stupida.

    Nel linguaggio è preferibile utilizzare il minor numero di parole possibili per rendere comprensibile il proprio pensiero, di conseguenza questa figura retorica è inutile. Si tratta di una forma linguistica che “appesantisce” il discorso, utilizzando la descrizione di uno stato d’animo negativo.

    Quello che accade, quando la utilizziamo, è che l’interlocutore probabilmente penserà qualcosa del genere: “chi è stupido? Io?” “Sta affermando che sono stupido o che non capisco? Oppure, se è stupido, me lo chiede?”.

    Le parole: domanda stupida
    Le parole: domanda stupida

    Il concetto più importante da comprendere è che ogni parola che utilizziamo può evocare degli stati emotivi. Per noi che le usiamo e per chi ci ascolta

    Esprimere congruentemente termini come, ad esempio apprendimento, comprensione, felicità, amore, oppure infelicità, tristezza, stupidità, ecc., induce in chi le ascolta (e in noi stessi), in una qualche misura, quegli stati emotiviconnessi” alla parola!

    Invece di “… una considerazione stupida”, se si presuppone di non conoscere un certo argomento, si può affermare, appunto, qualcosa come “non conosco questo argomento e ti pongo questa domanda”, oppure “non conosco bene questo argomento e ti pongo una domanda …”

    Le parole “e niente…”

    Un’altra forma linguistica in uso oramai da decenni nel linguaggio parlato consiste nell’esordire un discorso con “… e niente …”.

    Auspicando che in un rapporto professionale ad una richiesta specifica di un cliente, un collaboratore o un collega non si risponda iniziando la risposta con “… e niente …” che denota una profonda sciatteria e mancanza di professionalità, in un rapporto di lavoro, quello che penso quando ascolto qualcuno torturare così la lingua italiana è: cosa vuol dire? Che non ha nulla da dire? Allora può rimanere in silenzio. Oppure che ciò che afferma non ha valore? Allora perché vuol comunicarmelo? Forse parlare con me non ha valore per lui? O mi vuol parlare di qualcosa che ritiene di poco conto?

    Molto meglio, se si crede di non aver nulla di significativo, affermare ad esempio ad una domanda come: come è andato il turno di lavoro? rispondere con “credo nulla di significativo” e poi aggiungere dei dettagli, se richiesti. È importante il “credo” perché, se poi si descrive qualcosa di significativo per l’interlocutore ritengo sia preferibile aver ammesso di ignorare che invece non si fosse ritenuto significativo. Sbagliando, ma dando così una percezione all’interlocutore di cosa si crede sia significativo.

    La frase “posso rubarti un momento?”

    Vediamo ora un altro termine. Premetto che ho una certa esperienza in ambito commerciale, circa venticinque anni di collaborazioni con aziende mi permettono di affermare che una frase veramente vietata in quell’ambito è “posso rubarti un momento?” Si tratta di un modo di dire che presuppone di appropriarsi di un bene, credo fra i più preziosi per un essere umano, il suo tempo, senza alcun diritto.

    Questa affermazione è comunque inopportuna in qualunque contesto ed è preferibile non adottarla mai.

    Esempio delle parole da usare in una fila

    Facciamo un esempio per comprendere il disvalore di una domanda del genere considerando poi anche il contesto in qui la esprimiamo. Poniamo il caso in cui si entra in un ufficio e si debba interloquire con un addetto al front office e c’è una certa fila. Siamo ad agosto, nell’ufficio fa caldo, la fila è di una dozzina di persone spazientite e ovviamente non è educatoopportuno saltare la fila.

    Poniamo comunque questa condizione e poniamo che si desideri chiedere all’addetto al front office se è quella la fila corretta e vediamo queste due condizioni

    1. Si entra trafelati nell’ufficio, sguardo serio, mascelle contratte, ci si avvicina, senza dir nulla a nessuno, si sopraggiunge fino al primo della fila e interrompendolo mentre questi sta parlando con l’impiegato si chiede a quest’ultimo: posso rubarle un minuto? Credo che tutti, dagli utenti all’addetto al front office ai suoi eventuali colleghi desirerebbero tramutare il malcapitato in un personaggio fantozziano cospargerlo di grasso di animale, riempirlo di piume di gallina e dargli fuoco!

    Vediamo un modo diverso di approcciarci alla situazione:

    1. Si entra nell’ufficio, rilassati, si mantiene una distanza dalla fila per non farsi percepire come invasori dello spazio individuale di chi è in fila, si fa un accenno di sorriso e, senza interrompere l’addetto al front office né l’utente, magari chiedendo al secondo in fila, ma ponendo lo sguardo anche verso gli altri, “cortesemente, rimanendo qui – e quindi senza scavalcare nessuno – posso chiedere una informazione all’impiegato quando si libera? Ovviamente rimango al mio posto fuori dalla fila, perché credo che poi non debba far qui la fila e non ne sono sicuro”.

    Secondo voi quale delle due modalità di comunicazione è più efficace?

    Faccio notare poi che la frase non contiene avversative (ma, però, non, ecc.) e contiene un “perché” alla fine. Statisticamente chiedere un favore ed esporne il “perché” aumenta le probabilità che colui a cui si è chiesto il favore acconsenta indipendente dalla motivazione. La mente non “legge” il tipo di “perché”, ma “legge” che ve ne è uno! Questo concetto è esposto in un testo che è un classico della comunicazione: “Le armi della persuasione” di R. Cialdini, nel quale l’autore spiega per quale motivo chiedere un favore al proprio interlocutore aggiungendo un “perché” permette a chi lo ascolta di aumentare le probabilità che faccia quel favore.

    le parole: perché
    Le parole: Perché…

    Riassumendo cosa c’è di significativo in questo esempio?

    • Aver rispettato lo spazio di chi è in fila.
    • Aver espresso un sorriso accennato, che rassicura. Non ha senso entrare con uno sguardo torvo e neanche dimostrare ilarità entrambi questi “estremi” non sono coinvolgenti per gli altri utenti in fila. Mantenere una condizione di rilassamento fa sì che si trasmetta poi quella condizione in chi ci ascolta
    • L’uso dell’avverbio “cortesemente”, esprime buona educazione e inoltre è una parola composta (cortese-mente), induce chi l’ascolta ad avere un atteggiamento a sua volta cortese.
    • Specificare che si rimanga al proprio posto, rassicura gli ascoltatori e previene eventuali obiezioni, si sta di fatto facendo una promessa.
    • Utilizzare l’espressione “perché credo che …”, adduce una motivazione alla richiesta.

    Tutto questo significa, oltre ad utilizzare delle parole opportune, aver compreso il contesto. Anzi, tutto ciò comporta aver modificato il contesto in cui si è subentrati a proprio favore, in modo etico. Poiché l’obiettivo non è “fregare” qualcuno bensì ricevere informazioni nel minor tempo possibile, senza andare a discapito del tempo del prossimo.

    Ovviamente, se la spiegazione dell’addetto al front office prenderà per le lunghe, correttamente ci si mette in fila!

    Le parole “non ho tempo”

    L’ultima frase, sgradevole che consideriamo è “non ho tempo”. Ti sarà accaduto di chiedere un favore ad un amico o un collega e sentirti rispondere con questa affermazione, oppure ti sarà accaduto di usarla.

    Dopo anni, in cui mi sono ripetuto ed ho risposto a tante persone anch’io con questa frase, ho iniziato a valutare l’affermazione da un diverso punto di vista.

    Quante volte ti sei scoperto a scrollare i post dei social sullo smartphone, o a passeggiare senza meta in un centro commerciale, o a seguire distrattamente un programma in TV, o a leggere le classiche notizie acchiappaclic sul PC o sullo smartphone?

    Beh, evidentemente, il tempo lo avrai trovato per svolgere quelle attività. È più corretto affermare, credo, che quel tempo ti sia stato sottratto. Oggi viviamo in una società nella quale un bene molto importante è l’attenzione, anche se in tanti non se ne rendono conto.

    “Prendere l’attenzione” del prossimo è la “moneta di scambio” delle grandi società che ci offrono servizi apparentemente gratuiti sul web. I social non sono totalmente gratuiti, hanno come controvalore, per il loro uso da parte nostra, appunto, la nostra attenzione. Ma questo è un altro discorso, che magari affronterò un’altra volta in un prossimo post.

    Ritornando al tempo quindi sicuramente tante volte ti sarai trovato a “perdere” del tempo o a “non avere” del tempo.

    Essendo un bene immateriale, quindi non è sempre facile quantificarlo nel suo valore.

    Anche l’espressione “non ho tempo” finisce per essere più complessa di quanto appaia. Personalmente preferisco rispondere ad una richiesta personale o professionale, per la quale avrei bisogno di un certo tempo, che non valuto di voler dedicare, semplicemente, con un “no”. Adducendo poi la motivazione.

    Le parole: no
    Le parole: no

    Non ho temposottende che, se l’avessi, questo benedetto tempo, allora potrei fare ciò che mi viene richiesto, ma quello che credo è che, semplicemente, non reputi interessante svolgere ciò che mi viene richiesto, o lo ritengo di difficile realizzazione. O qualunque altra cosa, che preferisco esprimere chiaramente, invece di un genericonon ho tempo”.

    Trovo quindi che alla domanda, che mi può essere posta: “sai Francesco sto creando il progetto X e vorrei che tu partecipassi”, se ritengo di avere ben chiaro di cosa si tratti, risponda, ad esempio, con una frase come: “ti ringrazio per aver pensato a me, ma in questo momento ho queste priorità …. e se decido di impegnarmi anche nel tuo progetto credo che non sarei capace di poter dare il meglio di me in tutti i progetti sui quali sto lavorando, dovendo decidere, quindi, preferisco dare priorità a ciò su cui sto già lavorando, grazie”.

    Questo significa essere onesti con il proprio interlocutore. Poi posso proseguire e specificare, magari che uno di quei progetti lo terminerò, ad esempio fra x mesi e allora potrei valutare ciò che mi sta proponendo il mio interlocutore. Comunque, quella risposta, esprimendo un ragionamento più articolato, permette all’interlocutore anche di comprendere il modo in cui pianifico il mio lavoro, di cosa mi sto occupando, ecc.

    Se invece, qualcuno a cui chiedo qualcosa mi risponde con “non ho tempo”, posso sempre rispondergli: non hai tempo o non sai gestire le tue priorità?

    Comunicare invece genericamente che “non hai tempo” può far sembrare che non consideri aprioristicamente le esigenze dell’interlocutore come una priorità, a prescindere.

    Se vuoi delegare un compito ad un tuo collega o collaboratore, come scegliere a chi delegare? Chiaramente la persona la si deve ritenere competente ed avere la propria fiducia.

    Intuitivamente, potresti rivolgerti alla persona che ha meno carico di lavoro. Ti suggerisco di confrontarti, invece, con chi sa gestire meglio il suo tempo e i suoi progetti e poi prendere tu la tua decisione.

    Conclusioni

    Nelle sessioni di counseling che svolgo con le coppie, le parole di troppo sono un argomento sul quale lavoro sempre. Molto spesso i litigi accadono proprio perché in una discussione si utilizzano, inconsapevolmente, delle parole che possano offendere la sensibilità del partner, senza essere consapevoli delle sue reazioni.

    Nel prossimo post tratterò ancora questo argomento, introducendo altre parole da evitare e ti darò dei suggerimenti da mettere in pratica per migliorare qualità della tua comunicazione, in ambito sia personale che professionale.

    Le parole: nella coppia
    Le parole: nella coppia

    Se in quello che hai letto ritrovi un tuo problema, se ti risuona familiare la situazione descritta, o se avverti che in qualche modo l’argomento trattato ti riguardi, puoi contattarmi chiamandomi al numero 366-3672758 , oppure puoi inviarmi una e-mail a francesco.panareo@gmail.com. Molti clienti prima di te hanno fatto lo stesso, valuta tu quella che è la scelta migliore per te.

    Decidere di risolvere i problemi di relazione interpersonale e di coppia e vivere una maggiore condizione di serenità, credo che sia importante per ognuno di noi. Non posso sapere se decidi di contattarmi, ma posso augurarmi che tu faccia del tuo meglio per realizzare la vita che desideri.

    Se desideri poi approfondire questo argomento, o altri, puoi ugualmente contattarmi, il tuo feedback è importante per me, e mi permette di scrivere degli articoli maggiormente orientati ai tuoi interessi.

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